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USAP - Unione Sportiva Amatoriale Poggibonsi

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PARLIAMONE CON.....Antonio Grillandini
 
Rubrica quindicinale di Mariano Rocchetta


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Antonio Grillandini, il "passerottone" degli Amatori


Ed eccoci arrivati all’undicesimo appuntamento della nostra rubrica di incontri ravvicinati  all’ennesima potenza.   E proprio di potenza oggi parliamo con il nostro ospite che di questo aspetto  ne faceva uno dei punti cardinali delle proprie prestazioni, non disdegnando assolutamente nel possedere, fra le sue doti, una tecnica sopraffina che, pur apparendo fare a botte con il fisico massiccio ed esuberante, era, invece, un perfetto completamento della sua essenza di giocatore dal tiro al fulmicotone.
Ne parliamo subito con il diretto interessato, l’ospite di questa puntata, Antonio Grillandini.


D. Antonio, grazie innanzitutto di aver accettato l’invito per questa nostra chiacchierata e, allora, dicci tutto, a quale tipo di giocatore ritieni di appartenere, nel ruolo e nella stessa metodologia di gioco?
R. Il mio ruolo di partenza, fin dai 17 anni, è stato di regista (trequartista) dietro le punte, ma non da fermo poiché amavo arretrare sulla lunetta di centrocampo per poi far ripartire l’azione da quella posizione con aumentato tasso agonistico. Con l’andar del tempo l’assunzione di questa posizione più centrale e maggiormente nel ruolo nevralgico del gioco mi ha portato a sistemarmi come interno puro, e alle volte anche con compiti di copertura e rilancio dell’azione.


D. Ma è così che sei partito da ragazzino? Come inizia il piccolo Grillandini?
R. In effetti da quando ho cominciato i primi passi a dodici anni nella Virtus Poggibonsi il mio ruolo primario è stato quello di ala destra, soprattutto per il nome che mi portavo dietro in quanto era il ruolo di’ mi’ babbo Andrea, e di conseguenza, è stato quasi giocoforza schierarmi in quella posizione.


D. Per quanto è durata questa sistemazione.
R. Fino ai quattordici/quindici anni quando, cioè, come allenatore della squadra di categoria in cui eravamo giunse Moreno Buraschi, che ci spiegò il calcio e mi schierò come mediano metodista.


D. Come, come? Spiegaci questa situazione.
R. Te la spiego volentieri. Fino ad allora il gioco del calcio alla Virtus era molto semplice: la squadra era composta da 1 portiere, 1 libero, 3 marcatori, 3 centrocampisti, 2 ali ed un centravanti. Moreno ci spiegò che non era proprio così, ma che il gioco del calcio aveva tutt’altre sfaccettature, ce le mostrò negli allenamenti e le applicò sul campo con la nostra squadra. Andò a finire che io arretrai in mediana assumendo un ruolo sì di incontrista, ma con licenza di costruire, con un compagno accanto che correva per me e con gli schemi di attacco che variavano come desiderava farli il nostro centrocampo. Vincemmo il campionato, divertendoci anche. E’ lì che, di fatto, mi innamorai del gioco di metàcampo.


D. Quindi come si arriva ai tuoi diciassette anni?
R. Con Moreno che lascia la squadra e la nuova gestione tecnica vede in me più un giocatore di fantasia davanti al centrocampo e dietro le punte rispetto al ruolo che avevo svolto precedentemente.


D. Fino a quando dura il tuo legame con la Virtus?
R. In pratica con la fine di quella stagione. Non mi attiravano le opportunità che mi aveva proposto la Virtus di potermi trasferire alla Upp per far l’Under 21, o al Barberino per giocare in Seconda (o Terza) Categoria. Ero praticamente fermo quando, nell’estate del 1991, raccolsi l’invito di Massimo Muzzi, che conoscevo appena, che mi chiese sfacciatamente di andare a giocare con lui all’Artexport incrociandomi in via maestra. Mi ci trovo bene, realizzo parecchi goal, ma al termine della stagione, coincidente con la fine dell’anno scolastico, mi rompo il ginocchio, e non giocando per loro, ma nelle finali scolastiche con il Sarrocchi. Non mi opero, preferisco una graduale rieducazione e riprendo anche nei normali movimenti (ma diverrà un problema che mi trascinerò per circa un decennio)


D. Ritorni dall’infortunio e…..?
R. Ritorno dall’infortunio e mi accorgo che mi è passata la voglia, e preferivo più andare a ballare in discoteca che a correre e sudare in qualche squadra di categoria.


D. Ma un giorno questa voglia ti ritorna….
R. Sì, e siamo nel corso del campionato 1992/93, quando mi viene offerta l’occasione di entrare nella rosa della Mobili Sacchini, un campionato vinto davanti al Castelnuovo Scalo e all’Usap.


D. Allora giocasti insieme a i’ tu’ babbo Andrea?
R. E’ vero, ed è sicuramente una delle emozioni più belle che potessi mai vivere. Anche se in tutto il campionato ho fatto si e no 3, 4 presenze e sempre entrando dalla panchina. Io facevo parte di una rosa che comprendeva grandi nomi, ma soltanto andare agli allenamenti per poi giocare, anche se solo mezzi tempi, con mio padre, è stato un “sacrificio” che è valsa la pena fare.


D. Come prosegue la tua carriera nell’Amatori?
R. Chiaramente, dopo un anno quasi esclusivamente di allenamenti, mi avevano fatta crescere il desiderio di giocare. Cosa che non vedevo poter effettuare in quella grandissima squadra. Trovai il mio spazio nel Bar Perù in cui giocai con gente come Pollina, Pastina, Duda, i’ Fico, Piero Gamma, Molinas e, soprattutto, i’ Capoccio (Massimo Conti) che l’anno prima aveva lasciato l’Usap per scendere di categoria “a divertirsi”, come diceva lui…..


D. Mi vien d’uopo chiederti cosa ricordi di’ Capoccio?
R. Sicuramente il modo in cui teneva lo spogliatoio. In coppia con i’ Fico erano letteralmente esplosivi e non c’era mai una giornata uguale alla precedente. Sul piano tecnico, poi, ho imparato veramente tanto da lui, poiché era di sicuro un giocatore di una categoria superiore.


D. Com’è finita quell’avventura?
R. Quell’anno non finì, poi, così tanto bene. Un campionato dominato, in cima alla classifica dall’inizio, rovinato da una scazzottata gigante nella partita di Colle contro la Misericordia, con la conseguenza che la commissione arbitrale disciplinare decimò letteralmente la squadra con squalifiche pesanti. Anchi’io mi beccai un anno (poi ridotta a 9 mesi).


D. Come ci siamo rialzati?
R. La prima cosa che ho imparato è che quando ci sono le mischie dove volano le mani, è bene mettersi da parte. Quando mi viene ridotta la squalifica, a ottobre, rigioco nel Bar Perù per tutto il 1994/95 e passare, poi, nel 1995/96 al Passaggio a Livello, che come dice anche il nome, diviene un importante passaggio anche per me.


D. Quattro anni nel Passaggio a Livello con ragazzi di cui sei ancora amico. Cosa potresti  raccontare di quel periodo?
R. Sicuramente il primo grande gruppo che ho trovato. Una squadra che nasce come “La Nassa”, un gruppo goliardico di amici, che cominciano anche a fare sul serio, ma senza abbandonare lo spirito di amicizia e comunione che lo aveva costruito, che ha contagiato tutti coloro  che vi sono appartenuti e di cui anch’io mi sono abbeverato a mani piene.


D. Un tuo resoconto sul periodo passato al Passaggio a Livello?
R. Un periodo come ho già detto bellissimo e anche coronato da successi sia di squadra che personali. Nel 1996/97 abbiamo vinto il campionato di Prima conquistando la promozione all’Eccellenza (spero di non sbagliare date perché sennò i’ Taba mi telefona subito). Nel successivo campionato ci siamo giocati la permanenza nel campionato superiore fino all’ultima giornata e, comunque, l’abbiamo riottenuta con un ripescaggio per il miglior piazzamento fra le retrocesse. In quel quadriennio personalmente ho realizzato una quarantina di gol (ero costantemente in doppia cifra), pur non giocando da punta vera. Nel 1997 mi alternavo fra il campionato amatori a 11 ed il calcio a 5 con l’UPP; oggi è normale che lo facciano tutti, ma al tempo era una cosa più unica che rara. Come se non bastasse, nel novembre 1997, una sera “Buba” (alias Alessio Salvadori) mi fa “Ce l’avrei io una ragazza da farti conoscere”. Chi era non lo dico nemmeno poiché, tre anni dopo, ero già sposato. Ecco, vedi, il calcio mi ha dato anche questo!
L’anno successivo, pur continuando a 11 con il Passaggio a Livello, mi volli riproporre anche a 5 a Ulignano. Finì che mi beccai una pubalgia da urlo!


D. E veniamo al tuo passaggio  all’Usap nel settembre 1999…
R. Il mio passaggio all’Usap è dovuto principalmente alla mia conoscenza con Davide Burresi, prima in un torneo estivo giocato assieme e, poi, vedendo una partita della Fiorentina, di cui siamo entrambi tifosi. Mi fece una testa tanta e, con l’aiuto poi di’ Sollazzi, eccomi all’Usap! Vi arrivo con una pubalgia che non camminavo quasi. Mi alleno da solo all’inizio e non nascondo che è stato un po’ difficile. Grande squadra, grandi giocatori, grande gruppo. Tutto talmente grande rispetto al passato che ne rimasi inizialmente un po’ stordito. Poi ci pensò Ivo: mi stese sul tavolo degli spogliatoi e mi baciò in bocca. Il rito era fatto. Ora ero a tutti gli effetti un giocatore dell’Usap. Mi rimbocco le maniche, mi ritaglio il mio posto e partecipo, con il mio bravo contributo, alla vittoria del campionato


D. Con 2 gol in diciassette partite giocate: fantasmagorico quello di Monte Follonico, ricordi?….
R. Sì, una punizione da metacampo (era comunque una metacampo vicina viste le dimensioni ridotte del campo) nell’incrocio dei pali alla destra del portiere. Una stagione che mi ha consentito di vincere il mio primo campionato di Eccellenza da protagonista (quello con il Sacchini l’ho vissuto marginalmente) e che non ho potuto bissare l’anno successivo poiché, avendo già deciso di operarmi al ginocchio dell’infortunio che avevo subito da ragazzo (dieci anni prima) lasciai la squadra dopo un mese (preparazione e poco più) per un campionato meno competitivo. In realtà faccio soltanto un paio di partite poiché il ginocchio non regge e a gennaio mi opero.


D. Ritorni all’Usap nella stagione 2001/2002….
R. Sì, ed è un‘Usap rinnovata radicalmente. Faccio tutto il campionato alternando  alcune pause che mi derivavano dall’affaticamento post rieducazione dell’arto operato. Gioco le mie brave dodici partite e mi tolgo la soddisfazione di vincere da protagonista la Coppa di Lega (in finale con il San Gallo ndr). Realizzo anche uno spettacolare gol dalla lunetta di centrocampo nella semifinale giocata sul sintetico di San Miniato a Basso su rimessa del nostro portiere. Avevo cominciato a fare pochi goal, ma quei pochini erano sicuramente memorabili….
Comincio anche il 2002/2003 con l’Usap, ma poco dopo passo al Forno Paolini, c’ho a casa una targa che mi ricorda quella esperienza…..


D. Ed eccoci al Padovani…..
R. Stagione 2003/04 passo all’Autocarrozzeria Padovani del Presidentissimo Fabio Fazzuoli. Vi rimango per quattro anni fino al 2007 togliendomi le mie brave soddisfazioni sul piano delle presenze, del gioco e anche delle reti. Faccio parte di un altro bel gruppo che completa il mio bagaglio di esperienze sia all’interno dello spogliatoio che sul campo e mi fa sentire importante in entrambi gli ambiti.


D. Ma lo lasci per ritornare all’Usap….
R. Ritorno all’Usap nel 2007/08 assieme a Francini che ne diventa l’allenatore dopo esserlo stato al Padovani, ma soffro di continui fastidi alla schiena, c’ho una bella ernia al disco e non incido quasi per niente. Qui dico basta. Vado in sede e dico “Ragazzi voglio bene a tutti, ma ogni anno che vengo a giocare qui mi capita qualcosa. Ci si vede in campo”.


D. Torni allora al Padovani….
R. Sì, ritorno al Padovani e vi gioco per tutta la stagione con alti e bassi. Mi chiami a fare l’Over 35 (ricordi?), un’esperienza estremamente bizzarra.  Decido di rimanere al Padovani, si prospetta un cambio, direi, epocale nella guida tecnica. Inizio titubante più che incuriosito, ma mi rendo subito conto che aleggia un’aria nuova. Come sempre stava finendo un ciclo e ne iniziava un altro e quello a cui ero appartenuto stava radicalmente cambiando. Così vado al San Gimignano. Mitici i turriti. Da soli contro tutti. Da fuori sembra una legione straniera per pochi eletti. Alla fine fanno sentire a casa anche gli ultimi arrivati. Mi dispiace solo di essermela goduta poco a livello di spogliatoio, perché andavo giusto ad allenarmi e giocare. Il primo figlio stava per arrivare e, al termine dell’annata, prendo la decisione di smettere ….


D. Non hai pensato di rientrare in altra veste? Che avresti, eventualmente, voluto fare?
R No, mai. Guardare gli altri giocare mi ha sempre fatto innervosire, sia in panchina che come spettatore. Forse il mister, ma credo di non esserci portato, soprattutto perché non ho tutto il tempo da dedicare alla squadra ed alla società che tale ruolo richiede.

 
D.  Sei andato a rivedere partite di recente?
R.  Nemmeno una. Il ritiro “forzato” per esigenze familiari seppur felici (con questa frase rischio il divorzio) mi ha lasciato un vuoto che non ho ancora colmato. Vedere gli altri giocare come dicevo prima non fa per me, soprattutto quando credi di poter dare ancora qualcosa (sperar non nuoce).


D. Come valuti il livello del gioco, rispetto al tuo passato?
R. Non saprei. Credo sia cambiato di pari passo all’evoluzione calcistica. Anche il livello di serie A alcune volte sembra peggiorato rispetto agli anni passati. Uno pensa, ma se gioca Natali nella Fiorentina, uno come Matteo Tortelli dei tempi migliori dove dovrebbe giocare nel Barcellona? Cambia il calcio, cambia il ritmo, cambia tutto. Chiaro negli amatori prima si vedevano grandi giocatori con grandi passati calcistici, oggi è più facile trovare dei bravi giocatori, magari più acerbi, ma forse con un grande futuro davanti.
 

D. Nei rapporti con il settore arbitrale sei sempre stato un po’ alternativo. Che giudizio ne dai a bocce ferme?
R. Quando sei un giocatore sono i tuoi “nemici”. Loro sono li per divertirsi, come te, forse anche perché se giocassero non vedrebbero nemmeno la panchina, ma questo non conta. Amano il calcio come tutti noi e guerreggiare con i giocatori è il loro mestiere (e anche divertimento). Tecnicamente non saranno la fine del mondo, ma come ci sono loro nei campionati amatori, ci siamo noi, quindi non è che i giocatori si possono vantare di essere di una categoria superiore.
Il mio rapporto è sempre andato tra alti e bassi. Una volta un certo Moreno Buraschi si rivolse a muso duro ad un arbitro “Te bene io bene, te male io male”. Ho sempre tentato di imitarlo, ma non ho mai capito perché a me mi davano rosso diretto ed a lui mai niente.
A pensarci bene entrambi i fratelli Buraschi hanno sempre influito molto sul mio modo di essere in campo. Quindi credo meritino un saluto.


D.Partite-gioco-squadre-arbitri-società-allenamenti-spogliatoio-cosa ti manca di più?
R. Tutto. Tutte le cose che hai detto te si possono racchiudere in due parole. IL CALCIO. Non c’è una cosa senza un’altra. Fa tutto parte del gioco. Ma alla fine quando smetti e vai a fare le partitine a calcetto o una partitella a tennis, credo che quello che manca di più è la competizione. Il giocare per qualcosa che smuove la classifica.


D. Cosa pensi degli amatori in internet e dei vari siti?
R. Hanno contribuito allo sviluppo dell’interesse infrasettimanale del calcio amatoriale. Non essendoci più i vecchi bar dove ci si ritrovava la sera e si faceva tardi a parlare di questo e di quello ci si lancia sul computer. Da una parte è triste dall’altra è stata una manna dal cielo per chi non ce la fa a stare in silenzio. Certo qualcuno se ne approfitta, ma il bello della libertà che offre internet è anche questo … almeno fino a quando ce lo faranno fare.


D. Ti senti di valutare il ritorno del campionato ad una finale che emerge dai play-off, rispetto al vecchio girone unico?
R. Vado controcorrente. Appena il mio amico Iaspa legge questa intervista mi telefona subito. Ma a me piacciono i play off. Coinvolgono le squadre fino alla fine. Non ci sono più i tempi morti del fine campionato quando più di metà squadre giocavano tanto per giocare. E poi non ci nascondiamo dietro gli specchi. Se come dicono tanti una squadra è uno schiacciasassi per tutto il campionato, non vedo perché non lo debba essere anche nelle finali. Alla fine le squadre sono sempre le stesse. Al massimo ci si allenerà più a battere i rigori (Vico docet).


D. Stiamo alla terza di ritorno. Credi di poterti sbilanciare per un pronostico finale?
R. Ti dico la verità, conosco il campionato per quello che mi dice Pistola che ho di scrivania accanto e quello che mi dice Sergio Fazzuoli a lavoro. A volte faccio fatica anche a seguire i nomi dei giocatori di cui parlano. Certo il Vico fino ad adesso ha fatto da padrone del campionato, ma la storia ci insegna che i Campiglieros non muoiono mai e con la storia dei playoff tutto si deciderà sulla freddezza delle finaliste. Naturalmente non vedo problemi con le sud-senesi. Loro daranno battaglia fino alla fine ma credo che qui siamo di un’altra categoria.


D. A chi dedichi i saluti finali?
R. A tutti i giocatori che ho conosciuto (non faccio nomi perché  mi dimenticherei sicuramente di qualcuno), da quelli grandi a quelli meno grandi, da quelli simpatici a quelli antipatici, dagli amici ai nemici. Senza di loro non avrei potuto passare questi anni fantastici. Poi ci sono i dirigenti, da applausi per la loro dedizione. I vari mister per quello che mi hanno insegnato (specialmente Campolmi e Fontirossi che mi dicevano “te stai in mezzo al campo e fai quello che ti pare, tanto c’è qualcuno che corre per te”). Ai vari presidenti che a spese loro e sicuramente per il loro personale divertimento ci permettono di giocare anno dopo anno al gioco più bello del mondo. Ma un saluto particolare va a Pantaleo Sollazzi che è stato il mio tutor nel lancio del calcio amatoriale “che conta” ed a Fabio Fazzuoli che è stato e sarà sempre il presidente del mio cuore.
L’ultimo pensiero va infine a Giorgio Piazzini, che è stato un icona per noi giovani dell’USAP e sicuramente non solo per noi.

Ora vado a casa. Ho fatto tardi e mi becco un bel dieci appena entro. Magari gli rammento che se stiamo insieme con due magnifici bambini un po’ lo deve anche al calcio.


Ciao Antonio, grazie per il tempo dedicatoci e tanti saluti a tutti.


        Antonio Grillandini
        Mariano Rocchetta

 


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