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USAP - Unione Sportiva Amatoriale Poggibonsi

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PARLIAMONE CON.....Luciano Zazzeri
 
Rubrica quindicinale di Mariano Rocchetta
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Luciano Zazzeri, qui con Zola, nella trasferta premio ad Oliena in Sardegna


Con Luciano Zazzeri torniamo a parlare quasi esclusivamente del passato, un passato illustre per il movimento amatoriale valdelsano, poiché ci addentriamo nei meandri e nei segreti di una realtà vincente qual è stata, nei tempi che svisceriamo, la Mobili Sacchini, di cui era il fulcro del gioco e, contemporaneamente, “l’animus pugnandi”.


D. Luciano, innanzitutto grazie per la tua cortese disponibilità, e cominciamo subito a tracciare il tuo profilo di giocatore.
R. Grazie a te che mi dai l’opportunità di ripercorrere ricordi che ho trascurato per quasi dieci anni. Dunque… Sono di San Gimignano e ho cominciato, ovviamente, con tutta la trafila nelle  giovanili della squadra mia città. Non ero un “giocatorino” qualsiasi. Ero considerato, anzi, uno dei più promettenti e carismatici della “covata” assieme a ‘Milio Bruni (di cui sono coetaneo), tant’è vero che entrammo nella rosa della prima squadra già al compimento dei sedici anni….

D. Mi dicevi, però, del tuo impiego nelle fila della Virtus Poggibonsi….
R. Sì, eh… In realtà si giocavano i Tornei Giovanili Estivi con la Virtus. Al termine dei campionati Cesare Ghiribelli rastrellava i migliori giovani della zona per affrontare tornei, anche prestigiosi, che, peraltro, vincevamo anche. Bastava un nulla osta temporaneo e specifico per il torneo cui partecipavamo ed ecco che mi trovavo a giocare assieme a Cianciolo, Cerboneschi, Bandini e Giomi (per fare i primi nomi che mi vengono in mente), in maglia Virtus, levandomi discrete soddisfazioni.

D. Ed eccoci in prima squadra nel San Gimignano. Per quale periodo?
R. Dalle prime apparizioni in rosa giovanissimo (sono del 1961) fino a tutto il 1984. Il San Gimignano, allora, era una realtà che si alternava fra Prima e Seconda Categoria con retrocessioni e promozioni continue. Nel 1983-84 vincemmo il campionato di Seconda (con allenatore un “certo” Paolo Indiani, dove comincia la sua carriera), ma non detti seguito alla gioia della promozione preferendo seguire altri compagni chiamati dall’Ulignano (allora una realtà separata) per provare a vincere il campionato di Terza Categoria….

D. Da come storci la bocca non sembrerebbe una scelta molto felice?
R. Proprio così! L’entusiasmo scemò quasi subito, non mi divertivo affatto, dopo breve tempo smisi e chiusi la mia carriera in categoria.

D. Arriva, quindi, la chiamata della Mobili Sacchini a toglierti dal torpore.
R. Il mio nome fu segnalato da Ciampalini (che già vi giocava) che era stato mio compagno al Sangi e da Antonio Bruni che, in pratica, mi aveva visto crescere assieme al fratello ‘Milio. Fui contattato da Silvano Betti già nel giugno del 1985, mi fece partecipe del progetto della Società, mi convinse ed è cominciata la mia seconda vita calcistica nella Uisp, nella Mobili Sacchini.

D. Primo campionato 1985/86..
R. Che vincemmo! Il primo campionato a girone unico della Uisp Provinciale, davanti alla Grundig ed al Geggiano, conseguendo la promozione al Campionato Regionale, che era iniziato quello stesso anno. Una gioia a cui non ho potuto partecipare, poiché il 30 novembre (una data che non scorderò mai), nella trasferta di Asciano mi procuro la rottura del perone e lesione completa dei legamenti della caviglia destra, che mi ha tenuto fuori dei giochi per lunghi 4 anni, costringendomi a sottopormi a ben due interventi chirurgici e ad un periodo di rieducazione dell’arto che mi è parso eterno, tanto più che dovevo conciliare il tutto con le mie attività lavorative personali.

D. Eppure sei tornato, non lo puoi nascondere, ti ho rivisto con la maglia azzurra….
R. Al termine di questo lungo calvario, affrontato con grande pazienza e molta caparbietà, rientro in tempo per gustarmi l’ultimo Torneo Regionale, quello del 1989/90 nel quale si incontrano squadre da capogiro (ricordo il San Paolo, il San Giusto, il Bar Giro di Firenze) e si affrontano trasferte chilometriche (una su tutte quella di Carrara). Partite che, da sole, soddisfano il desiderio di giocare a pallone.

D. L’anno successivo il Regionale “fallisce", tutti ritornano nei rispettivi campionati provinciali.
R. Sì, è il 1990/91 ed inizia una rivalità con l’Usap (allora Fades) che segnala le due squadre ai vertici del campionato provinciale senese per un triennio. Ricordo che nel primo anno vinsero loro (vinceste voi ndr) per 1 punto, i due anni successivi vincemmo noi, sempre di misura, al termine di campionati e duelli, di per sé, epici.
Io sono rimasto nella Mobili Sacchini fino al 2002, salvo una piccola parentesi biennale (96-98) nell’Impresa Masini nel campionato di sotto.

D. Interessante, non la ricordavo, dimmi di più.
R. Niente di particolare. Fui convinto dai vari Ciampalini, Nigi e Bruni che vi erano passati l’anno prima e, nel primo anno, sfiorammo addirittura la promozione che fallimmo nella finalissima perdendo ai rigori (non ricordo contro chi, mi spiace, mi sembra una squadra di Colle…). In quello successivo i traguardi furono tutti disattesi e la squadra si scompose. Pertanto ritornai alla Mobili Sacchini dietro le pressanti insistenze del solito Silvano Betti in un periodo in cui l’Usap sta spopolando. Chiudo, però, in bellezza giocando la mia ultima partita proprio contro l’Usap nella finale di Coppa di Lega nell’aprile (o maggio?) 2002, vincendola ai rigori.

D. Il tuo ruolo in campo?
R. Il mio ruolo in campo era quello di centrocampista davanti alla difesa, sono ambidestro e questo mi permetteva di fare al meglio il doppio ruolo di regista del gioco (ero dotato di una discreta visione del campo) e di essere il primo difensore contro gli attacchi avversari sacrificandomi per il bene comune della squadra, anche perché i miei compagni di reparto, che erano Biotti e Irani, andavano sempre all’attacco dimenticandosi, sovente, di rientrare (lo sai quante volte i’ Betti, i’ Rosi e Triumme mi hanno raccomandato di non muovermi dalla posizione per non sbilanciare la squadra). Anche per questo non sono stato proprio un gran realizzatore: in circa trecento partite di campionato  avrò segnato, in tutto, un paio di goals.

D. Da quando hai smesso hai staccato completamente la spina? Nessuna proposta, tipo allenatore o dirigente? E se del caso, hai qualche rimpianto?.
R. Attaccate le scarpe al classico chiodo, in pratica mi sono allontanato da tutto l’ambiente, soprattutto, per motivi strettamente personali di lavoro. Di contro non ho mai avuto proposte alternative da poter valutare e questo ha favorito il mio distacco. Ogni tanto mi sono affacciato a rivedere gli amici in qualche allenamento, diradandolo nel corso del tempo. Ho visto una sola partita da fuori, un Sacchini – Staggia con Milanesi (ex compagno) allenatore di quest’ultima. E ti posso dire che non ho rimpianti. Ogni tanto ci siamo trovati, con i vecchi compagni, per fare torneini “Over” estivi e vincendone anche alcuni assieme ad elementi tuttora in attività come, ad esempio, Daniele Mariani.

D. A questo punto mi vien normale chiederti qual è stato l’impatto con il Torneo Amatori in confronto con la categoria e le differenze cha hai trovato, tra un periodo e l’altro.
R. La differenza sostanziale è quella che ho riscontrato nell’organizzazione societaria. Entri in una Società del Campionato Amatori che non ha niente da invidiare a quelle della categoria sul piano proprio organizzativo e di mantenimento di un gruppo forte ed eterogeneo. Dal punto di vista tecnico devo fare un distinguo: l’ impatto è negativo, poiché al primo campionato cui ho partecipato, se si escludono due/tre squadre di vertice, il livello era decisamente basso. Quando rientro dall’infortunio, invece, ritrovo delle signore squadre nel Regionale, sia a livello societario che di gioco, con gente veramente brava e che, magari, scendevano dalla categoria nel giro di appena un anno a frotte. L’inizio del Provinciale, poi, mi ha riportato ad un’ampia frattura fra il vertice e le altre, che si è  attenuato fino ad appiattirsi nel corso del prosieguo dei campionati.

D. Quando giocavi nella Mobili Sacchini è sempre stata considerata una “grande” ed ha sempre lottato per i vertici. Come lo vivevi nello spogliatoio, con i compagni, gli allenatori ed i dirigenti?
R. In quegli anni si era cementato un gruppo veramente affiatato, anche perché composto da ragazzi abbastanza coetanei, che ci ha portato risultati ottimi, spaccati di vita vissuti assieme nello spogliatoio, coeso anche dalle trasferte-premio che Fiorenzo ci organizzava nei periodi vincenti (ed anche in quelli meno). Mi ricordo, in particolare, la trasferta in Sardegna, contro la Corrasi, nel quale militava il “vacanziero” Gianfranco Zola, in un‘amichevole di lusso veramente interessante, oppure quella di Palma di Maiorca…. La forza della società era quello di sentire il rispetto, ed in alcuni casi il timore dell’avversario che ti affrontava, sia nella rappresentazione in campo, sia nella nostra consapevolezza di formare un gruppo veramente forte.

D. Con te posso affrontare un argomento che, finora, ho valutato soltanto da una parte: la rivalità derbystica. Come l’hai vissuta e come la si viveva in maglia azzurra?
R. Sicuramente non era una partita come le altre, anche se ci arrivavamo, durante la settimana, con la mente sgombra da condizionamenti o previsioni di sorta. Da parte mia, tuttavia, emergevano due sensazioni contrastanti: di estrema sicurezza di poterla vincere o, perlomeno, di fare una bella figura, se sapevo che eravamo tutti in forma e ben concentrati; viceversa con il timore di poterla perdere in presenza di una qualsiasi situazione contraria che poteva essere il cattivo stato di forma o l’infortunio di uno dei compagni più forti, o la troppa aspettativa che, in controtendenza a quanto detto poco sopra, riservava il conseguimento del risultato.

D. E dal punto di vista arbitrale?
R. Il livello arbitrale credo sia stato adeguato al livello delle squadre che scendevano in campo. Io non sono mai stato uno che protestava gratuitamente o che tentava di mettere in difficoltà gli arbitri.  In tutta la carriera sono stato espulso una sola volta e le ammonizioni che prendevo erano, spesso, dirette conseguenze del tipo di gioco agonistico che il ruolo che ricoprivo pretendeva. Sì, tutto sommato, il livello era abbastanza buono.

D. Puoi valutare le differenze che riscontri più evidenti fra “il tuo tempo” e quello attuale, o ti metto in difficoltà, visto il tuo distacco decennale?
R. No, no ti rispondo tranquillamente, riallacciandomi proprio agli ultimi anni della mia frequentazione nel campionato e nelle squadra. Già allora i giovani che si affacciavano direttamente dalla categoria non si inserivano poi tanto bene, palesando evidenti limiti nel rispetto dei compagni più “vecchi” (che latitava), della vita nello spogliatoio ed anche sul piano tecnico – tattico non comprendendo appieno la realtà ambientale dell’Amatori anche se venivano da esperienze in categoria anche valide.


D. Il tuo rapporto con il patron Fiorenzo Sacchini? Eri, come si diceva nell’ambiente, l’elemento “forte” dello spogliatoio?
R. Questo non sta a me dirlo. Personalmente ho sempre avuto un rapporto molto schietto con Fiorenzo, quando serviva non ce le mandavamo certo a dire, ma affrontavamo i problemi faccia a faccia, come del resto facevamo quando c’era da riallacciare le fila delle incomprensioni nello spogliatoio assieme a Grazzi e a Biotti. Atteggiamento che mi potevo permettere in primis, poiché già allora vivevo una mia vita completamente indipendente, assumendomi anche importanti responsabilità sul piano lavorativo. Poi, perché non mi piaceva assolutamente dipendere dalla Società (ed erano tutti amici che ti avrebbero aiutato in quattro) provvedendo ai miei problemi in prima persona. Specchio più evidente è stato proprio il periodo del lungo infortunio che non ho fatto assolutamente pesare alla Società, utilizzando la mia assicurazione personale e risalendo la china con tutta la mia forza di volontà. In tutto il periodo che ho trascorso nella Mobili Sacchini ho sempre visto risolvere i problemi all’interno dello spogliatoio, anche con toni forti, senza far mai trasparire niente all’esterno.

D. Perciò che ne pensi di questa attuale Mobili Sacchini che ha perso la sua antica forza e tradizione, ha provato lo smacco della retrocessione e della categoria inferiore e soffre nei confronti delle nuove realtà del campionato?
R. Non nascondo che ne sono rimasto sorpreso, naturalmente con tutte le cautele dettate dalla mia lontananza verso le eventuali problematiche societarie. Anche se già con la costruzione dell’impianto di Maltraverso Fiorenzo venne già troppo assorbito da quell’impresa (e con lui anche alcuni dirigenti) e fin da allora si cominciava ad avvertire un leggero cambiamento nelle strategie societarie. Può darsi che ciò abbia “aiutato” questa trasformazione. So, però, che da quest’anno vi è arrivato Marco Brocchi come allenatore, che conosco perché l’ho affrontato diverse volte nei derby, ma, soprattutto, poiché abbiamo fatto il CAR assieme a Roma, tre mesi nei vigili del fuoco e credo proprio che sia una garanzia per risalire la china.

D. Ti senti di valutare il ritorno del campionato ad una finale che emerge dai paly-off, rispetto al vecchio “girone unico”?
R. Francamente non so che risponderti poiché io ho sempre partecipato a tornei a  girone unico e mi manca, fattivamente, il confronto fra i due tipi di campionato e non posso esprimere sicuramente giudizi di sorta.

D. Perlomeno su previsioni od auguri sul campionato appena iniziato ?
R. Dal “basso” della mia non conoscenza dell’attualità: che vinca il migliore e, sicuramente fiducioso, che la Mobili Sacchini possa riprendere quel posto che le compete nell’importanza del Campionato.


    
Luciano Zazzeri
Mariano Rocchetta


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